Mangalica: storia e sapori

Dalla razza “maiale-pecora” ungherese a prelibatezze gastronomiche dal gusto unico

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Mangalica: storia e sapori

7 lug 2025
Dalla razza “maiale-pecora” ungherese a prelibatezze gastronomiche dal gusto unico
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Il Mangalica, noto come “maiale-pecora” per il suo fitto pelo riccio, nasce nella Mitteleuropa della metà dell’Ottocento ed è sopravvissuto all’estinzione grazie a progetti di recupero iniziati negli anni ’90. È celebrato per la sua carne altamente marmorizzata, dal gusto intenso, con ricchezza di grassi insaturi e omega‑3, che lo rendono il “Kobe dei suini” e apprezzato da chef e buongustai di tutto il mondo.


Il Mangalica, soprannominato “maiale-pecora” per il suo folto mantello riccio, è il frutto di un incrocio tra il carattere selvatico del cinghiale europeo e la tradizione zootecnica della Mitteleuropa. Le sue origini risalgono alla metà del XIX secolo: nasce in Ungheria e nei territori dell’Impero austro‑ungarico, grazie all’iniziativa di allevatori e nobili come l’Arciduca Giuseppe che, nel 1833, ottenne capi di razza serba Šumadinka dal principe Miloš Obrenović, dando vita alle varietà bionda, rossa e detta “di pancia di rondine”.


Per circa un secolo, fino alla metà del Novecento, il Mangalica fu la razza suina predominante nel territorio, valorizzato per la sua resistenza, qualità del lardo e adattabilità all’allevamento estensivo. Tuttavia, con l’avvento dell’allevamento intensivo e l’uso della refrigerazione, la razza rischiò seriamente di scomparire: negli anni ’70 e ’80 gli esemplari scesero sotto quota 200 . Fu solo dagli anni ’90, con progetti di recupero in Ungheria, Austria e persino Spagna (come quello di Monte Nevado), che la specie riprese vigore, arrivando oggi a contare circa 60.000 capi allevati in Europa.


Esteticamente, il Mangalica si distingue per il suo pelo lanoso, doppio strato di setole folte che in inverno lo protegge dal freddo, lasciando intravedere solo occhi e muso, mentre in estate la pelliccia si dirada ma conserva riccioli evidenti. Raggiunge facilmente i 200–300 kg da adulto, con spesse vene di grasso intramuscolare fino a 20 cm, che rendono la carne incredibilmente marezzata e saporita. I suini, robusti e a bassa fertilità, si adattano perfettamente all’allevamento all’aperto, anche in inverno, limitando malattie e stress.


Il pregio del Mangalica si percepisce già a tavola. La carne è tra le più marmorizzate tra i suini, dal sapore intenso e dalla tenerezza unica, tanto che viene paragonata al famigerato “Kobe dei suini”. Questo livello di marezzatura conferisce succulenza ai tagli e una persistenza gustativa ineguagliabile. Ma non è solo gusto: il profilo lipidico è estremamente ricco di grassi monoinsaturi e omega‑3, con una riduzione di grassi saturi del 12–16% e un incremento di grassi insaturi tra l’8 e il 10% rispetto ai suini moderni . Inoltre, contiene CLA, vitamine B e minerali come zinco e ferro, rendendolo un alimento nutriente e digeribile.


Il Mangalica è quindi non solo una prelibatezza per il palato, ma un simbolo di sostenibilità e biodiversità. La sua carne, il lardo e i salumi derivati (dal téliszalámi al prosciutto stagionato) rappresentano eccellenze gastronomiche, spesso firmate da piccoli produttori artigianali in Italia e all’estero . La sua riscoperta contribuisce a preservare razze autoctone e a promuovere sistemi agroalimentari sostenibili, in cui il rispetto per l’animale e l’ambiente è prioritario.


Trovare Mangalica autentico significa verificare la razza (bionda, rossa o swallow‑belly), l’allevamento estensivo e la tracciabilità della filiera, spesso riconosciuta attraverso herd‑book e certificazioni genetiche. Avere sulla tavola una fetta di Mangalica significa custodire una storia antica fatta di nobiltà, estro zootecnico e sapori genuini, un piccolo lusso da condividere con gusto e consapevolezza.



“Mangalica: dove la lana diventa lardo pregiato.”

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